l’isola di Sant’Antioco

Un probabile Annibale sepolto nell’isola di Sant’Antioco presso la località balneare Maladroxia..

Un nuraghe” S’ega Marteddu”.
Si trova sul punto più alto della collina immediatamente sopra il centro abitato di Maladroxia. Si raggiunge parcheggiando alla fine di Via Is pruinis e salendo a piedi nella strada appositamente costruita e ben tenuta. Dall’alto è possibile ammirare la spiaggia, il mare e tutto il paesaggio circostante. A ridosso di questo nuraghe una tomba che guarda il mare, violata oltre 50 fa’. Una rincorsa contro il tempo tiranno.
Una panoplia completa con armi assortite, disposte a trofeo.

Un medaglione con raffigurazione plastica, un elefante a dritto e un ritratto al rovescio, indagini tra l’italia e l’Olanda. Tombaroli, trafficanti, musei. Una testimonianza persa e dissolta nel “nulla”. Forse un giorno riusciremo a recuperare questo corredo. Improbabile per molti studiosi. Tante le testimonianze raccolte, da mecenati e violatori di antichità. Ho rincorso questo tesoro con un grande ” insuccesso”, ma non sempre si può vincere, il tempo è stato tiranno, oggi non rimane che un grande rimpianto. Sarebbe stato importantissimo recuperare questa testimonianza che la storia generosamente ci ha donato, per riporla nel luogo dove la storia la mise, ma purtroppo non ne conosciamo la collocazione.


Questa storia ricalca un’altra incredibile indagine, un importante elmo “variante ordona” scavato clandestinamente in Puglia. A differenza del corredo di Annibale di Giscone, riuscì ad intercettare il magnifico elmo in un museo tedesco, seguirono diverse rogatorie che non ebbero seguito da parte delle autorità tedesche, diverse missioni andate a vuoto. Per ora, non ci resta che ammirarlo , insieme ad altre straordinarie opere d’arte del passato violate dal tempo e fuori contesto. La battaglia navale di Sulci e la tragica fine di Annibale di Giscone.
Il dominio cartaginese sul Mediterraneo
I Cartaginesi, da sempre distintisi come popolo di naviganti, sono noti soprattutto per la loro attitudine mercantile, ampiamente documentata nel Mediterraneo occidentale, dallAfrica alla Spagna e dalla Sardegna alla Sicilia, sino alle Isole Canarie (le Isole Fortunate degli autori antichi); basti pensare che alcuni di loro, tra i più abili e ardimentosi, si spinsero fino al limite dei confini allora conosciuti. Annone (633-530 a. C.), per esempio, giunse addirittura fino al Golfo di Guinea, secondo quanto si evince dal resoconto che egli stesso parrebbe aver compilato, durante il suo viaggio, e che è giunto fino a noi tradotto in greco (Periplo nel Manoscritto di Hiedelberg). Plinio (Naturalis Historia, VII, 199), afferma con convinzione che i Cartaginesi siano da considerarsi i veri artefici dei traffici commerciali nel mondo antico, mentre Appiano (Libyca, 84) li fregia dellepiteto thalassobiótoi, ovvero uomini che trascorrono la loro vita sul mare. Ma oltre che per i commerci, i Cartaginesi erano famosi, nonché temuti dai loro contemporanei, perché in possesso di una grandiosa flotta da guerra, spesso impiegata anche per attività piratesche. Questa flotta, ben organizzata e allavanguardia dal punto di vista nautico, fu protagonista per la prima volta in battaglia contro i coloni greci, durante i sanguinosi conflitti perpetrati con grande dispendio di forze e di vite umane, per assicurarsi il controllo sul Mediterraneo occidentale, in particolare sulla Sicilia, fulcro strategico per la navigazione e i commerci. Impegnati, dunque, nel conseguimento dello stesso obiettivo, lespansione in Occidente, Greci e Cartaginesi si ritrovarono spesso a fronteggiarsi in guerra sul mare. Furono soprattutto i contrasti tra Selinunte (colonia greca siceliota) e Segesta (elima e alleata dei Fenici) a scatenare fra loro violenti scontri. Spesso, inoltre, Cartagine si intrometteva senza problemi nel quadro politico-militare siciliano, con il pretesto di fornire sostegno alle colonie fenicie presenti nella parte occidentale dellisola. Non disdegnava nemmeno di prendere parte attivamente ai conflitti, quando lo riteneva necessario, soprattutto per arginare la preoccupante crescita del potere di Siracusa, evidente elemento di disturbo contro i propri piani despansione. In questo precario equilibrio, che vedeva il Mediterraneo come teatro di continue battaglie, a far pendere lago della bilancia verso i Greci fu la vittoria ottenuta dai Focesi contro i Cartaginesi alleati con gli Etruschi, al largo della Corsica.

Così Erodoto (V secolo a. C.), il grande storico greco, ne parla nelle sue Storie:
Ma poiché [i Focesi] molestavano e depredavano tutti i popoli vicini, i Tirreni [ Etruschi] e i Cartaginesi, di comune accordo, mossero loro guerra con 60 navi ciascuno. I Focesi allora, armate anchessi le loro navi, che erano 60, affrontarono i nemici nel mare detto di Sardegna. Venuti a battaglia i Focesi riportarono una vittoria cadmea [vittoria conseguita a caro prezzo] poiché le loro navi 40 furono distrutte e le 20 superstiti erano inutilizzabili, avendo i rostri ripiegati: ripresa la via di Alalia [la loro città sulle coste tirreniche della Corsica] imbarcarono i figli, le mogli e quanti degli altri beni le navi erano in grado di portare e poi, lasciata Cyrno [la Corsica], navigarono verso Reggio [Reggio Calabria]”(I,166). Dopo la Battaglia di Alalia (540 a. C.), che, nonostante la vittoria ottenuta, causò gravi perdite ai Greci che si videro costretti a una battuta darresto nei loro piani di conquista, Cartagine ebbe modo di indirizzare tutti i suoi sforzi alla conquista della Sardegna, dove già da tempo aveva messo piede grazie ai suoi stretti rapporti con le colonie fenicie stanziate lungo la costa. Il valoroso generale Malco, già distintosi per le vittorie riportate contro i Libi in Africa e contro i Greci in Sicilia (550 a. C.), fu inviato a dirigere la prima spedizione cartaginese per invadere lisola sarda, ma trovò ad accoglierlo lagguerrita popolazione locale, che arrivò a distruggere la fortezza di Monte Sirai, dove i Cartaginesi si erano insediati. Secondo le fonti più accreditate, le truppe di Malco lasciarono in Sardegna un terribile flagello, le zanzare anofele, a cui si deve la trasmissione della malaria, che piegò la popolazione sarda fino agli anni cinquanta del secolo scorso. Nel 535 a. C., Cartagine mise in atto un secondo tentativo di conquista, affidando il comando delle sue forze ad Asdrubale e Amilcare, figli di Magone. La nuova campagna militare diede la vittoria ai Cartaginesi, che distrussero la fortezza di Barumini, ricostruirono quella di Monte Sirai e ne edificarono molte altre lungo le coste, a difesa del proprio dominio contro eventuali invasori dal mare. Nel 509 a. C., venne sancito un primo trattato con Roma, che, accontentandosi ancora di tenere sotto controllo la situazione, si vide costretta a riconoscere a Cartagine il dominio su gran parte della Sardegna. Ben presto, però, la convivenza armata tra i due popoli si rivelò complicata a tal punto che, nei vari territori occupati, scoppiarono numerosi focolai di ribellione. In Sicilia, nel frattempo, Amilcare fu sconfitto a Hymera (480 a.C.) dalle truppe di Gerone, tiranno di Gela e Siracusa, e questo fu un duro colpo per i Cartaginesi che videro infrangersi il sogno di occupare anche tutta la Sicilia. Nel 368 a. C., dopo oltre un secolo di presenza punica, in Sardegna si scatenò una violenta rivolta che, per diversi decenni, costrinse i Cartaginesi a numerosi sforzi militari per sedarla. Nello stesso anno, però, sul fronte siciliano, i punici sconfissero, a capo Lilibeo, Dionisio il Vecchio, al quale, tuttavia, va riconosciuto il merito di aver riunito tutti i Greci dOccidente contro lelemento barbaro. Ventanni dopo, venne stipulato il secondo trattato tra Roma e Cartagine, con il quale questultima ottenne una più ampia occupazione dellisola sarda. Ma la lotta per il controllo del Mediterraneo non si era ancora conclusa. Ad ostacolare i successivi sforzi cartaginesi in tal senso, furono le azioni militari e politiche dei successivi tiranni di Siracusa, da Dionisio il Giovane fino ad Agatocle e, tempo dopo, persino Pirro, il re dellEpiro, chiamato in soccorso da Taranto. Tuttavia, anche dopo il 276 a.C., i Cartaginesi continuarono a mantenere il dominio su alcuni territori della Sicilia occidentale, non rinunciando, evidentemente, a realizzare il loro progetto di espansione e predominio sul Mediterraneo, che solo dodici anni dopo li porterà a misurarsi con la stessa Roma, nella prima guerra punica (264-241 a. C.).
Roma contrasta legemonia cartaginese sul mare. La fonte documentaria
Polibio (200-118 a. C. ca.), lo storiografo greco nato in Arcadia ma naturalizzato romano, fu testimone diretto dellultima fase della terza guerra punica (149-146 a. C.) e, dunque, del grande trionfo romano su Cartagine. Convinto fautore della istorìa pragmatikè e apodeiktikè, da intendersi come trattazione argomentata e scrupolosa degli avvenimenti di ordine politico e militare, con la sua monumentale opera (Storie, di cui ci sono pervenuti integri ben cinque libri e vari frammenti di altri), costituisce per noi la fonte primaria per la conoscenza e lo studio del conflitto tra Roma e Cartagine. Nel proemio contenuto nel I libro, Polibio indica al lettore la sua intenzione di mostrare “come e perché in nemmeno 53 anni pieni Roma fosse divenuta la signora dell oikoumene(Storie I, 5), ovvero di tutto il mondo abitato. Per portare a compimento questo suo programma storiografico, egli parte proprio con una premessa relativa alla prima guerra punica e dintorni, e prosegue, evidentemente con una decisione presa solo in un secondo tempo, fino alla distruzione di Cartagine (146 a. C.), abbracciando così un arco temporale non più di 53 ma di ben 76 anni e fornendoci al riguardo preziose notizie. Mettendo a confronto le forze messe in campo dai Cartaginesi e dai Romani, agli inizi del conflitto, egli ci dà testimonianza, innanzitutto, di come i primi fossero nettamente superiori in mare e nello scontro navale, essendo da sempre un popolo di navigatori e avendo acquisito tale perizia da essere diventati i più abili marinai fra tutti, mentre, a eccezione della cavalleria, davano poca importanza allesercito, costituito in gran parte da mercenari; i secondi, invece, sempre a suo dire, primeggiavano nel combattimento terrestre, puntando sullesercito e in particolare sullazione della fanteria. Anche quando affronta il tema dei coraces, i corvi (Storie I, 22) ovvero le celebri passerelle mobili che agganciando le navi nemiche ne permettevano un più facile abbordaggio, conduce al medesimo concetto. Nellattribuire ai Romani linvenzione di questo marchingegno, puntualizza con grande enfasi lingegno dei Romani, che, consapevoli della loro inferiorità marittima, mirarono a trasformare la battaglia navale in battaglia terrestre, trasferendo così il conflitto su un piano tattico a loro più usuale. Ѐ innegabile, però, che quando scrive che, alla vista dei “corvi”, i Cartaginesi “restarono incerti e stupiti” e persino “sbalorditi per quanto accadeva” (Storie I, 23,5- 6), dia adito a un lecito sospetto di aver volutamente esagerato questa loro reazione, dato che congegni militari di tipo analogo erano già in uso da tempo. Probabilmente, la sorpresa dei punici viene enfatizzata allo scopo di far passare per una geniale invenzione romana quello che invece fu, più probabilmente, un perfezionamento della passerella preesistente per assicurare maggiore stabilità nel corpo a corpo, una volta arrembata la nave nemica. Nel descrivere gli avvenimenti del 261/260 a C., Polibio ci fa sapere anche che i Romani vedendo che la guerra pendeva a favore delluna o dellaltra parte e che lItalia era spesso devastata dalle forze navali, mentre la Libia restava del tutto inviolata, si decisero a prendere il mare al pari dei Cartaginesi (Storie I, 20,7). Leggiamo persino che considerando che la guerra per loro andava per le lunghe, allora per la prima volta si misero a costruire delle navi, cento quinqueremi e venti triremi. Ma poiché i maestri dascia erano del tutto inesperti nella tecnica di costruzione delle quinqueremi per il fatto che fino ad allora in Italia nessuno aveva mai utilizzato tali navi, questo aspetto dellimpresa li mise in grandi difficoltà (Storie, I, 20, 9-11). Polibio racconta anche che una loro [dei Cartaginesi ] nave coperta, nello slancio si spinse avanti fino a incagliarsi e cadere nelle mani dei Romani. Essi allora, usando questa come modello, costruirono tutta la flotta (Storie I, 20, 15). Evidenzia più volte, dunque, come i Romani partissero nettamente svantaggiati nello scontro navale, non avendo mai prima di allora rivolto il loro pensiero al mare e non possedendo, dunque, una tradizione marittima. Fu la situazione di estremo pericolo, nel vedersi circondati e minacciati dai Cartaginesi che spadroneggiavano nel Mediterraneo, che li indusse ad affrontarli in mare, nonostante la propria inesperienza. Non possiamo non tenere in considerazione, però, che i Romani ab illo tempore vantavano rapporti strettissimi con popolazioni, come gli Etruschi e i Greci, che si distinguevano tra gli altri per le loro avanzate conoscenze in tema di tattica navale e per la loro perizia nautica, e dai quali certamente avevano avuto modo di apprendere nozioni e tecniche. Pertanto, non può che farci sorridere laneddoto riportato da Polibio, riguardo alla nave cartaginese “copiata” dai Romani, dato che certamente potevano vantare unottima flotta. A tal proposito, è sufficiente ricordare che il motivo che scatenò il conflitto tra Roma e Taranto, al quale si deve lintervento di Pirro nel 280 a. C., fu larrivo di dieci navi romane nel golfo della città meridionale, nonostante fosse stato imposto il veto a oltrepassare il promontorio Lacinio (capo Colonna). Questo dimostra come Roma fosse unindiscussa potenza navale già tempo prima della cattura delle navi cartaginesi, di cui parla Polibio, e delle guerre puniche. Che bisogno, dunque, avrebbero avuto di copiare le navi cartaginesi? Infine torna utile, in questa nostra riflessione, ricordare i disastrosi naufragi capitati alle flotte romane incappate in terribili tempeste, al largo della Sicilia, sempre durante la prima guerra punica: quello avvenuto presso Kamarina, lodierna Camarina, e quello del capo Pachino (Storie I, 37, 3-4; 54, 6-8). In quei tragici frangenti, a determinare la rovina e la perdita della flotta fu certamente lerrore umano, tantè che Polibio mette in contrapposizione, ancora una volta, linesperienza e limprudenza dei piloti e dei comandanti romani con le capacità e la perizia di quelli cartaginesi, che si rivelarono invece allaltezza di prevedere e fronteggiare, uscendone indenni, i pericoli del mare in tempesta. Lo storiografo, dunque, fa di tutto per porre sotto i riflettori, perché non sfugga nemmeno al lettore meno attento, il carattere ambizioso e la grande audacia dei Romani”, i quali, sebbene ancora inesperti in marina e privi di unità navali adeguate, osarono attaccare in mare i Cartaginesi, già abilissimi navigatori, che avevano ereditato dai loro antenati legemonia incontrastata sul mare. Insomma, non vi sono dubbi sul fatto che le narrazioni di Polibio siano da considerarsi attendibili e che, come tali, rappresentino una fonte imprescindibile non solo per la conoscenza degli avvenimenti, ma anche per lo studio della tattica militare navale nellambito delle guerre romano puniche. Si tratta, piuttosto, di verificare fino a che punto Polibio si affidi allenfasi nel rielaborare i dati e riportare le notizie, pur senza tradirne o comprometterne la veridicità, allo scopo di esaltare il trionfo finale dei Romani. Un trionfo ottenuto malgrado tutto, dato che partivano da una posizione di netta inferiorità rispetto al nemico, affrontandolo in mare, un ambiente a loro non congeniale, ma che, invece, era elemento abituale per i Cartaginesi, che in acqua si sentivano decisamente a casa loro. La netta superiorità dei Cartaginesi sul piano navale rispetto ai Romani ha indubbiamente una perfetta attinenza con la realtà dei fatti, ma fornisce a Polibio, che la ribadisce con reiterata insistenza, un espediente retorico per conferire maggiore lustro alla vittoria romana; una vittoria che può essere considerata epocale, dato che da quel momento si assistette all’inarrestabile ascesa del potere di Roma, che andò a soppiantare, anche sul mare, quello cartaginese. Ѐ chiaramente questo, dunque, il fine dell’apparato celebrativo messo a punto, in una visione ormai del tutto romanocentrica, da Polibio e dagli storiografi del tempo, cioè dare particolare risalto al trionfo romano su Cartagine, con lo scopo di evidenziarne al massimo linnegabile valenza storico-politica oltre che militare: Roma era destinata a diventare caput mundi.
I fatti antecedenti la battaglia
I Romani capirono ben presto quanto fosse importante impadronirsi delle isole del Mediterraneo, che, a lungo conteso tra Greci e Punici, diventerà sempre più, dal punto di vista romano, un Mare Nostrum. Nel 259 a. C. occuparono alcuni territori della Corsica, considerata punto strategico irrinunciabile per la sua posizione geografica, e da lì passarono in Sardegna. Lo stesso Polibio scrive che i Romani non appena toccarono il mare subito incominciarono a interessarsi alla Sardegna (Storie I, 24,7). Le loro intenzioni divennero sempre più palesi nel tempo, fino a quando, approfittando della distrazione di Cartagine impegnata ad arginare la violenta rivolta dei mercenari, Roma si lanciò con tutte le sue forze alla conquista delle due grandi isole della penisola, raggiungendo lobiettivo tra il 241 e il 238 a. C. Così non solo poté consolidare il suo dominio in Occidente, ma mise le mani anche su enormi risorse agricole e minerarie. Si pensi alle fertili pianure della Sicilia e alle miniere di stagno e argento della Sardegna ( in questultima sono state individuate ben 399 miniere dargento attive nellantichità, non a caso i Greci la chiamavano lisola dalle vene dargento). Si considerino, inoltre, i numerosi approdi naturali e i porti ben attrezzati che entrambe erano in grado di offrire a una potenza, come quella romana, che ambiva al dominio sul Mediterraneo. Si può ben capire, dunque, perché la loro conquista fosse ritenuta necessaria. Ma andiamo con ordine per arrivare agli eventi oggetto della nostra analisi. Nel 261a. C., Cartagine si era schierata a difesa della città siceliota di Akragas (Agrigento), contro i Romani, inviando a capo della sua flotta Annibale, il figlio di Giscone. Dopo lunghi mesi dassedio, rimasto senza viveri allinterno della città, Annibale chiese rinforzi e da Cartagine giunse in suo aiuto Annone, alla guida di un grande esercito. Dopo diverse scaramucce si ebbe finalmente lo scontro decisivo, in cui furono le truppe romane, guidate dai consoli Lucio Postumio Megello e Quinto Mamilio Vitulo, ad avere la meglio, riuscendo a rompere il fronte nemico e a mettere in fuga Annone. Durante la notte, anche Annibale, con tutta la guarnigione, riuscì a uscire dalla città e a mettersi in salvo. Lanno seguente, tuttavia, venne nominato ammiraglio della flotta stanziata a Messene (Messina), ritrovandosi nuovamente faccia a faccia con i Romani al largo delle Isole Lipari, dove poté rifarsi della sconfitta subita catturando addirittura il comandante nemico, il console Gneo Cornelio Scipione, detto Asina. Secondo la tradizione, fu proprio a causa della imperizia dimostrata in questa battaglia in mare che al console fu attribuito il soprannome Asina, dato che si pensava che la femmina dellasino avesse terrore dellacqua. Questo trionfo indusse Annibale a sottovalutare la flotta romana e soprattutto labilità dei suoi comandanti. Poco dopo, nella battaglia di Mylae (Milazzo), galvanizzato dalla precedente vittoria e convinto della superiorità della flotta cartaginese, che schierava centotrenta tra quinqueremi e triremi contro le cento quinqueremi e le venti triremi romane, attaccò con sfrontata sicurezza le navi nemiche comandate dal console rimasto, Gaio Duilio. Già nella fase iniziale della battaglia, Annibale si ritrovò a perdere buona parte della sue unità navali. Quando il conflitto volgeva ormai alla conclusione, ben 50 navi erano passate nelle mani dei Romani e, prima che tutto andasse perduto, Annibale si diede ancora una volta alla fuga. Dopo la sconfitta subita alle Isole Lipari e la vittoriosa battaglia di Mylae, Roma mise fine allassedio di Segesta. Probabilmente sullesempio di Gerone II di Siracusa, ma certo anche a causa della minaccia delle legioni vicine, la città elima passò dalla parte dei Romani contro Cartagine. In seguito, i Romani conquistarono Macella (oggi Macellaro, a est della colonia elima). A quel punto Amilcare (omonimo del ben più noto Amilcare Barca, anchegli protagonista nella prima guerra romano-punica), il comandante delle forze terrestri cartaginesi, venuto a sapere che negli eserciti romani gli alleati erano in contrasto con i Romani su chi avesse avuto il ruolo principale nelle battaglie, e apprendendo che gli stessi alleati erano accampati tra Paropos e Thermai Himeraiai [lattuale Termini Imerese], piombò su di loro allimprovviso mentre toglievano il campo e ne uccise circa quattromila (Storie I, 24, 3-4). Apprendiamo, sempre da Polibio, che Annibale, dopo essere scampato a Mylae fuggendo su una scialuppa, “con le navi rimaste, salpò alla volta di Cartagine.. (Storie I, 24, 5). Non possiamo sapere se prese questa decisione autonomamente o agì in obbedienza a un ordine venuto dallalto. Si può supporre che la morte di quattromila nemici possa aver fatto ritenere improbabile leventualità di un attacco terrestre romano alle basi e ai porti cartaginesi della Sicilia, e che, quindi, i comandanti punici si sentissero abbastanza tranquilli da poter fare a meno della flotta. Potrebbe, peraltro, trattarsi di un ordine giunto dallalto. Annibale, avendo appena subito una pesante sconfitta, per di più da nemici notoriamente meno abili in mare, e avendo perso quasi metà della flotta, non poteva certo essere premiato. Pertanto è lecito interrogarsi se veramente gli fossero state affidate tutte le ottanta navi rimaste per condurle a Cartagine. Lo schieramento, a breve distanza, di una flotta romana di oltre 100 navi, rimpinguata per giunta da quelle sottratte ai cartaginesi, non dovrebbe aver indotto a una tale decisione; la possibilità di subire un attacco romano in totale assenza di una flotta, anche se di dimensioni ridotte, avrebbe dovuto portare, quantomeno, allinvio di rinforzi per scongiurare un eventuale pericolo. Di conseguenza, è probabile che quella flotta fosse tutto quello di cui Cartagine poteva disporre in quel momento, e che fosse necessario, forse addirittura urgente, condurla in Sardegna per far fronte alle recenti manovre delle navi romane. Infatti, come già detto, sappiamo con certezza che, proprio nellanno 259 a. C., il console Publio Cornelio Scipione Barbato aveva guidato la sua flotta nelle acque della Corsica e della Sardegna, mettendo a ferro e fuoco i porti fenicio-punici e soggiogando lantica colonia etrusca di Aleria (Alalia), così come recita il suo elogio funebre :
“[..]Lucio Scipione. Figlio di Barbato, fu console, censore ed edile presso di voi. Prese la Corsica e la città di Aleria, consacrò alle Tempeste un tempio, a buon diritto.
Anche se a carico di Annibale, dopo i fatti di Milazzo, si svolse un qualunque processo per il suo non brillante operato, non gli fu tolto il comando; infatti non molto tempo dopo venne mandato in Sardegna, [che era, ricordiamo, possedimento cartaginese] dopo aver preso con sé alcune navi e alcuni apprezzati trierarchi(Storie I, 24,5). Probabilmente, però, la presenza di trierarchi accanto ad Annibale rispondeva alla necessità di sorvegliare loperato di un comandante evidentemente sub judice, verso il quale non si nutriva più totale fiducia, mettendo in atto per le sue imprese future una sorta di tutela operativa. Ad Annibale veniva, dunque, confermato il suo ruolo di ammiraglio, ma dopo poco tempo e quindi, presumibilmente, i tempi dovevano essere così stretti da non lasciare altra scelta. Non si poté fare diversamente, dunque, se non affiancargli degli abili ufficiali ( apprezzati, appunto) perché non fosse da solo a prendere le decisioni o perché così avevano preteso quelle fazioni politiche che, facendo leva sulla sconfitta di Milazzo, avanzavano la richiesta di cambiamenti nella gestione del governo cartaginese e anche nella condotta delle operazioni belliche.
La battaglia
Sebbene molto meno celebrata di altre, e per questo meno nota, la battaglia di Sulci, annoverata tra quelle minori nel contesto della prima guerra punica, è invece da considerarsi di grande valenza storica. Essa testimonia, infatti, come Roma stesse attuando un piano espansionistico di largo respiro, impiegando la propria flotta in scontri navali tesi a palesarne la minacciosa potenza e a ottenere legemonia sui mari italiani, che fino ad allora era stata appannaggio della marina punica. La battaglia si svolse nel 258 a.C., nel mare al largo della piccola città di Sulci, sulla costa orientale della Sardegna, allinterno dellodierno golfo di Palmas. Nonostante le scarse informazioni di cui siamo in possesso, il conflitto dovette rivestire grande importanza per i contendenti. Ne sia prova il fatto che la flotta romana fu affidata direttamente al console Gaio Sulpicio Patercolo, eletto in quello stesso anno insieme ad Aulo Atilio Calatino. Non sappiamo come si svolse esattamente la battaglia, dato che Polibio non ci fornisce alcun dettaglio in merito, ma si limita a raccontare in maniera sintetica la magra figura di Annibale di Giscone e la sua tragica fine:
“Dopo non molto tempo, essendo stato bloccato dai Romani in Sardegna, in un porto, e avendo perduto molte navi, fu immediatamente catturato dai Cartaginesi superstiti e crocifisso.. (Storie 1, 24,6).
Si può facilmente pensare che la flotta punica fosse entrata nel golfo di Palmas per provvedere allimpermeabilizzazione delle navi, che andava ripetuta regolarmente visti i lunghi periodi di permanenza in acqua, per rifornirsi e passarvi la notte. I Cartaginesi, infatti, avevano labitudine di non navigare durante la notte, preferendo fermarsi nei porti costruiti appositamente a una giornata di navigazione luno dallaltro. Allinterno del golfo si trovava limportante base di Sulci, dotata di possenti fortificazioni datate al IV- III sec. a. C. e ancora ben visibili tuttoggi. Sulci forniva ai naviganti ben due approdi: quello meridionale, volto verso il golfo di Palmas, e quello settentrionale, costituito dallo stagno di SantAntioco; dato che la flotta, che ben presto avrebbe ripreso il largo, era composta da diverse decine di navi da guerra, è da ritenersi più probabile che Annibale avesse scelto di gettare lancora in quello meridionale, oltre che per il maggior spazio a disposizione anche perché lacqua più profonda offriva un maggiore pescaggio. E fu proprio qui che si trovò in trappola, sorpreso da Patercolo. Infatti, lo sfortunato ammiraglio cartaginese, essendo sulle tracce di Cornelio Scipione, probabilmente neanche immaginava che in quello stesso tratto di mare vi fosse unaltra flotta romana, che determinò la fine della sua carriera militare e, indirettamente, anche della sua esistenza. La flotta cartaginese, di fronte allinaspettato arrivo del nemico, non ebbe possibilità di manovra né, tantomeno, di fuga. Dallespressione di Polibio “essendo stato bloccato dai Romani in un porto”, possiamo dedurre che Annibale abbia provato a sfondare lo schieramento avversario con la manovra detta diekplous, nel disperato tentativo di uscire in mare aperto, dove avrebbe potuto guadagnare la salvezza delle sue navi. Questo particolare tipo di manovra consisteva nellattaccare, lanciandosi alla massima velocità, per intrufolarsi negli spazi tra le navi nemiche con lobiettivo di spezzarne i remi e, di conseguenza, renderle ingovernabili. A volte, si preferiva virare con la prora contro il fianco o la poppa delle navi nemiche, provocandone il repentino affondamento. A questa tattica si contrapponeva il periplous, una rapida manovra di inversione che permetteva alla flotta attaccata di sottrarsi allimpatto e di contrattaccare a sua volta, colpendo i fianchi delle navi nemiche. Ma, data lesiguità dello spazio a disposizione, nonostante lampiezza del porto, i Cartaginesi dovettero arrendersi, obtorto collo, ai Romani. Annibale, vedendosi perduto, non poté che darsi alla fuga compiendo un gesto del tutto disonorevole per un comandante. Come Polibio racconta, Annibale di Giscone fu catturato dai suoi stessi uomini, ovvero dai Cartaginesi scampati al nemico in battaglia e, secondo quanto era consuetudine per i comandanti che si erano macchiati di vergognosa sconfitta, fu crocifisso. Dato che Polibio scrive che fu catturato, è plausibile pensare, appunto, che avesse tentato la fuga, cosa che non sorprende, considerando che anche in altre occasioni aveva tenuto analogo comportamento. I suoi carnefici potevano essere stati Cartaginesi, che, fuggiti con lui, si vendicarono per la disfatta subita, non accettandolo più come comandante e reputandolo unico responsabile del triste epilogo dei fatti. Ѐ lecito, però, anche supporre che si sia trattato di alleati fenici o sardi, specialmente se la fuga del comandante punico si era protratta sulla terraferma; non dimentichiamo, infatti, che anche Roma, negli anni successivi alla conquista, dovette reprimere sanguinose rivolte della popolazione autoctona e dei coloni, per niente bendisposti a subirne il dominio e a rinunciare alla libertà (fra tutte, la più sanguinosa fu quella di Ampsicora, nel 215 a.C.). Riguardo agli esecutori della sua morte, dunque, possiamo solo imbastire delle ipotesi, quel che sembra certo è che, scampato al nemico in battaglia, andò incontro ugualmente a una tragica fine. Non è azzardato concludere affermando che questa battaglia anticipò la rovinosa caduta di Cartagine e lavvento incontrastato della supremazia di Roma.
Bibliografia
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Nelle foto, Annibale di Giscone opera da Antonio Cauli, esempi di armatura cartaginese.

Pubblicato a cura di Roberto Lai, in Annali di storia e archeologia Sulcitana.

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