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    ZOMBI: Una storia vera

    Quando il contadino haitiano Clairvius Narcisse si presentò all’ospedale Albert Scheweitzer di Deschapell in evidente stato di malnutrizione, soffriva i febbre alta e nevralgie diffuse in tutto il corpo.

    Nelle ore successive le sue condizioni peggiorarono rapidamente, aggiungendo al quadro clinico difficoltà respiratorie e il sopraggiungere dello stato di coma. Due giorni dopo, il 2 maggio 1962, Clairvius cessava ufficialmente di vivere: lo testimonia un regolare certificato di morte, redatto dai medici dell’ospedale, e la presenza delle sorelle del defunto Angelina e Marie Claire, che ne disposero la sepoltura il giorno dopo in un piccolo cimitero nei pressi del villaggio di l’Estere.

    Diciott’anni dopo, Angelina si reca al mercato per fare la spesa. Sgomenta, si imbatte in quello che sembra essere Clairvius: il fratello deambula smarrito tra le bancarelle, lo sguardo perso nel vuoto. Anche gli altri familiari confermano: si tratta proprio di Clairvius.

    L’uomo racconta di aver vissuto lucidamente, benchè paralizzato, il suo stato di morte apparente e la propria sepoltura, tanto da ricordare che un chiodo, trapassato il legno della bara, gli sfregiò il volto.

     

    Ma la sua presunta morte era stata solo l’inizio di un incubo orrendo: nottetempo, Clairvius era stato prelevato dalla bara e condotto in una piantagione di cotone dove, in condizione di assoluta schiavitù (al pari di altri uomini come lui “zombificati”), era stato costretto a lavorare da mattina a sera in uno stato di catalessi procurato dall’assunzione di una misteriosa sostanza.

    A ordinare la sua sottomissione era stato un “bocor” (sciamano) locale, are per punirlo in seguito a un disaccordo sulla compravendita di un terreno. La morte violenta del bocor, per mano di un altro schiavo, gli avrebbe consentito due anni dopo di riguadagnare la libertà, senza tuttavia riuscire a ricongiungersi con la sua famiglia per via del suo stato confusionale.

    “Vivevo come se i miei occhi fossero rigirati all’interno”, ha dichiarato Clairvius; “il minimo lavoro richiedeva una fatica enorme, il più piccolo ruscello sembrava un mare inguadabile”.

    La vicenda dell’uomo testimonia la sopravvivenza nella società haitiana del voodoo, una religione sincretica generata dagli schiavi africani deportati nelle Americhe: in essa convergono le divinità del pantheon africano e i santi cristiani in un insieme di riti di possessione.

    Nel 1982 Narcisse divent una celebrità grazie all’interessamento della BBC, che gli dedica un documentario attestante la veridicità della sua storia; viene recuperato il suo certificato di morte e numerosi testimoni si avvicendavano nel descrivere gli eventi.

    La vicenda del contadino haitiano non è la sola a balzare agli onori della cronaca: altra zombificata è Francina Illeus, altrimenti detta T-Femme, una ragazza che non voleva sposare l’uomo scelto dalla sua famiglia, ufficialmente morta nel 1976 all’età di trent’anni.

    Tre anni dopo il suo decesso, Francina fu ritrovata per strada dalla madre in stato confusionale, e dalla riesumazione risultò che la sua bara era piena di sassi.

    Il network inglese ottenne addirittura un campione della pozione che ridurrebbe in zombi, affidando per dovute analisi al luminare americano Nathan S. Kline il quale, non rilevando alcuna componente conosciuta, girò la palla all’etnobotanico Wade Davis.

    Coadiuvato dallo psichiatra haitiano Lamarque Douyon, Davis trascorre quattro anni ad Haiti investigando sui fondamenti scientifici della zombificazione, per concludere che la sostanza somministrata alle vittime dei bocor è un mix di neurotossine biologiche, veleni e…suggestione popolare!

    Nelle varianti diffuse nelle quattro regioni di Haiti, la pozione contiene in tutti i casi tetrodotoxina (una neurotossina estratta dal pesce palla), veleni di rospo e di una rana particolare (Osteopilus dominicensis) e ossa umane polverizzate.

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    Lo studio degli scienziati viene pubblicato sul Journal of Ethnopharmacology e successivamente il solo Davis dà alle stampe il libro The Serpent and thw Rainbow (Il serpente e l’arcobaleno), best seller in America (ma inspiegabilmente rimasto inedito in Italia), a cui è ispirato l’eccellente film omonimo diretto dal regista horror Wes Craven.

    Attualmente il codice penale haitiano considera la zombificazione un reato equiparabile all’omicidio (punibile con l’ergastolo, Articolo 249), ma nella superstizione locale il fenomeno è imperituro.

    Formalmente la pratica si esercita somministrando alla vittima una pozione (la già citata miscela di neurotossine) in grado di provocare uno stato di coma simile alla morte: in queste condizioni, con le funzioni vitali ridotte al minimo, il corpo umano è in grado di sopravvivere diverse ore persino all’interno di una bara.

    Nella fase successiva il soggetto viene sottoposto all’assunzione di potenti droghe (un miscuglio di patata dolce e datura, una pianta allucinogena conosciuta come “cetriolo dello zombi”) che intorpidiscono la coscienza, tanto da trasformarlo in un automa incapace di ribellarsi.

    Oggigiorno il mito dello zombi è più che mai popolare, benchè i suoi connotati abbiano smarrito la radice storica. I film di George Romero, a cominciare da “La notte dei morti viventi” (1968), hanno dato la stura alla rappresentazione dello zombi antropofago, generato dal contagio venereo.

    Ma a onor del vero Romero attinse alla figura di un altro mito, quello del vampiro, attraverso la lettura del celebre “Io sono leggenda” di Richard Matheson, ignorando quasi del tutto l’origine haitiana del morto vivente e concentrandosi sulla pandemia e sul cannibalismo inteso come metafora del consumismo: non a caso, Zombi, il suo film di maggiore successo, è ambientato in un grande centro commerciale.

    Prima di Romero, l’interesse dell’industria cinematografica per il morto vivente “classico” era stato circoscritto a un pugno di titoli, di cui è capostipite “L’Isola degli zombies” (White Zombie, 1932), considerato a tutti gli effetti il primo film a presentare la figura dello zombi.

    Il Film è ufficiosamente ispirato (il credito non compare nei titoli di testa) al libro “The Magic Island” (1929) di William Seabrook, probabilmente la prima fonte letteraria a coniare il termine “Zombie” acquisendolo da lcreolo haitiano “zonbi” (derivato a sua volta dal bantù “nzumbe”).

    Esploratore, giornalista (fu inviato per il New York Times), scrittore, occultista e finanche pubblicitario, Seabrook condusse un’esistenza fuori dalle regole, trasferendo in letteratura una serie di esperienze vissute in prima persona tra cui i riti voodoo e la zombificazione haitiana, ma anche il cannibalismo, praticato volontariamente presso una tribù dell’Africa Occidentale.

    Morto suicida per overdose nel 1945, William incarnò il perfetto divulgatore – assolutamente all’avanguardia rispetto ai suoi tempi – di un fenomeno che si credeva relegato alla narrativa fantastica.

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